venerdì 4 ottobre 2013

Recensione del romanzo “La risposta è nelle stelle” di Nicholas Sparks






Il romanzo La risposta è nelle stelle, scritto dallo statunitense Nicholas Sparks, si apre con un tragico  incidente d’auto  avvenuto lungo un dirupo innevato del North Carolina. L’anziano ebreo veterano di guerra Ira Levinson, incastrato tra le lamiere della sua Chrysler, ferito, semincosciente e infreddolito, durante l’interminabile e forse inutile attesa dei soccorsi imposta un dialogo immaginario con la sua amata moglie Ruth, deceduta nove anni prima, ripercorrendo con lei gli ultimi cinquant’anni della propria vita. La storia di Ira e Ruth è stata contraddistinta da vero amore reciproco e da una profonda passione per l’arte che li ha portati a collezionare nel tempo numerose opere di valore inestimabile, le quali in assenza di eredi vengono messe all’asta.
Parallelamente, pochi mesi prima nasce una storia d’amore appassionata e travagliata tra il cowboy Luke e la bella ventunenne studiosa di arte Sophia. Il destino farà incontrare i tre protagonisti della storia, il cui titolo originale è The longest ride o “la più lunga cavalcata”, nel paesaggio innevato di Black Mountain, cambiando per sempre il corso della vita dei due ragazzi.

L’autore, non nuovo a storie in cui predominano l’amore e il destino segnato nelle stelle, descrive con romantica poesia personaggi ben delineati che sono tutti combattenti e sanno raggiungere i propri obiettivi con il sudore della fronte. La prosa di questo romanzo è semplice, ma i suoi contenuti sono in grado di far riflettere il lettore, sottolineando fra tutti il valore dell’onestà  e il concetto che l’amore è il bene più prezioso che l’uomo possa conquistare. L’epilogo struggente chiude perfettamente questa bella storia che potremo vedere sugli schermi cinematografici nel 2015.

lunedì 23 settembre 2013

Come organizzare un viaggio indimenticabile in Islanda



Se volete visitare l’Islanda,  isola primordiale caratterizzata da vulcani, geyser, ghiacciai, profonde spaccature nel terreno, deserti freddi e molto altro, dovete prevedere almeno dieci giorni di soggiorno, preferibilmente nel mese di luglio quando le temperature massime oscillano tra i nove e i sedici gradi. Nel periodo estivo collegamenti aerei da Bologna, Milano e Orio al Serio (BG) hanno frequenza trisettimanale, con durata del volo di circa quattro ore. Per l’ingresso nel Paese è sufficiente la carta di identità valida per l’espatrio.
La valuta locale è la corona islandese, impossibile da reperire nelle banche italiane. Consiglio comunque di non cambiare molti soldi al momento dell’arrivo in Islanda, perché laggiù si può pagare qualsiasi merce utilizzando la carta di credito senza aggiunta di commissioni, anche una sola bibita.
La strada principale che percorre la terra dei vulcani è la Statale N. 1 Hringvegurinn, definita anche Ring road, in quanto si snoda lungo tutta la circonferenza dell’isola. Poiché per la maggior parte le strade non sono asfaltate, conviene affittare un fuoristrada prenotandolo dall’Italia, ma evitando le maggiori compagnie europee che richiedono tariffe molto alte: optando per una locale si risparmia più del 50%. Tutte le auto a noleggio sono provviste di navigatore satellitare, ma prima di partire è meglio procurarsi una carta stradale e una guida aggiornata che comprenda anche preziosi consigli su vitto e alloggio, come ad esempio quella del Touring Club.
Gli unici alberghi di un certo livello sono quelli che con il marchio della linea aerea Icelandair; nelle città in cui non sono presenti  è meglio affidarsi a guest house e bed&breakfast, nei quali l’ospitalità è molto apprezzabile, prevedendo però di doversi adattare al bagno in comune con altri ospiti.
In nostro viaggio in Islanda può cominciare con l’atterraggio nell’aeroporto di Keflavik, a 40 chilometri da Reykjavík. La capitale islandese è una città moderna e vivace che si può visitare in un paio d’ore. Piacevole è la passeggiata nella piazza Austurvöllur al centro della quale spicca la statua di Jón Sigurdhsson, padre dell’indipendenza nazionale. Notevoli, nell’istituto universitario Árnadaghur i preziosissimi manoscritti medioevali tra cui le pagine del Konungsbók eddukvaeda (o Codex regius dell’antica Edda,) del XIII secolo, la più completa fonte di informazioni sugli dei pagani e sugli eroi del mondo germanico.
Iniziando il giro dell’isola in senso antiorario, la prima deviazione dalla Ring road porta a Geysir, zona collinare dove si possono ammirare geyser di tutte le dimensioni che scaturiscono dal terreno giallognolo ad intervalli costanti con grande forza emettendo sordi rumori e gorgoglii, oltre a piccoli getti di vapore e vasche di acqua bollente odorosa di zolfo. Proseguendo per la stessa strada, dopo dieci chilometri si può contemplare percorrendo soltanto dieci minuti a piedi la splendida cascata di Gulfoss, con un  salto di 50 metri.
Dopo essere ritornati sulla Ring road si devia sulla pista accessibile soltanto ai fuoristrada, attraversata da numerosi torrenti da guadare, che si inoltra per 24 chilometri nella valle di Thórsmörk, la quale offre splendidi panorami rallegrati da cascate sovrastate da enormi masse glaciali.
Si prosegue attraversando la scura area desertica del Mӯrdalssandur originata dai detriti vulcanici e glaciali del vulvano Katla, quindi ci si inoltra nella pista che conduce alle sorgenti calde di origine geotermica Landmannalaugar, nelle quali si può anche fare il bagno. Chi è attrezzato con scarponi da montagna e tende può inoltrarsi tra le prospicienti montagne multicolori di riolite per un’esperienza indimenticabile a contatto con la natura.
Successivamente, di bell’impatto è la traversata in fuoristrada del deserto di Skeidharársandur, distesa sabbiosa lunga 34 chilometri dove nidificano gli uccelli stercorari dai quali occorre guardarsi perché sono molto aggressivi. Successivamente si incontra il piccolo lago Fjallsárlón, al piede di un ghiacciaio da cui si staccano piccoli iceberg screziati di azzurro.
Entrando dal parco nazionale di Skaftafell  chi è attrezzato con scarponi da montagna può effettuare l’escursione di tre ore a piedi verso il ghiacciaio Kviárjökull  e quindi provare il divertente giro su slitta trainata da cani groenlandesi.
Proseguendo lungo la Ring road, si incontra  lo spettacolare lago Jökulsárlón, popolato da iceberg multicolori galleggianti, navigabile. Bella anche la spiaggia vicina su cui si trovano adagiati numerosi iceberg staccatisi dai ghiacciai circostanti.
Il successivo tratto costiero, lungo 300 chilometri, offre meravigliosi panorami sui massicci montuosi con ghiaioni scuri, rossi e ocra, lagune costiere, fiordi, pascoli verdissimi, piccoli porti incantevoli e fitti boschi.
Giunti oltre la metà del nostro percorso, attraversiamo il deserto Geitasandur di cenere e pomice scintillante. In questa zona percorrendo brevi tratti a piedi si possono incontrare imponenti renne.
Se ve la sentite di viaggiare lungo una pista sterrata piuttosto impegnativa lunga 100 chilometri potete arrampicarvi sul vulcano Askja, altrimenti proseguite verso l’impressionante cascata Dettifoss che supera in un unico salto un dislivello di 40 metri.
Si prosegue quindi verso la riserva naturale del lago Mӯvatn popolata da numerosi uccelli e pesci, dal paesaggio ancestrale con profonde spaccature nella roccia nelle quali si può anche fare il bagno. Nella zona sono presenti  numerosi fenomeni geotermici con solfatare e fumarole.
Molto pittoresca e interessante per lo shopping è la cittadina di Húsavík da cui partono i velieri per  l’emozionante avvistamento di balene ed altri cetacei.
Successivamente si incontra la cascata Godhafoss, caratterizzata da un notevole volume d’acqua. Da qui ci si può inoltrare nella pista lunga 80 chilometri che porta alla solfatara Hveravellir con potenti getti di vapore e vasche d’acqua solfurea in una delle quali è possibile fare il bagno.
A Hvammstangi se siete muniti di binocolo potete ammirare numerose foche che si riposano sugli scogli vicino alla riva.
La successiva  deviazione  porta al campo di lava Hallmundarhraun, quindi si prosegue per Thingvellir, il più antico dei parchi islandesi nonché patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Resterete a bocca aperta ammirando il colossale sistema di fratture lungo oltre 7 chilometri causato da violenti terremoti, percorribile a piedi. Questo sito riveste enorme importanza naturalistica, geologica e storica.
Prima di riprendere l’aereo per tornare in Italia fermatevi a Grindavík e fate il bagno nella Laguna blu o Blá Lókonidh, stabilimento termale all’aperto dalle acque intensamente azzurre, nel quale potrete rilassarvi assai piacevolmente.



Francesca Paolillo

martedì 17 settembre 2013

Andiamo al cinema a vedere “Il mondo di Arthur Newman” interpretato da Colin Firth



Capita a molti di noi, una volta giunti alla mezza età, di provare la netta sensazione, voltandosi indietro, di non avere realizzato nella propria vita nulla che possa lasciare il segno e di non essere riusciti a far affiorare appieno la propria personalità, collezionando un fallimento dietro l’altro sia sul lavoro sia nella vita affettiva.

Il bravo e prolifico attore inglese Colin Firth nel film "Il mondo di Arthur Newman" interpreta Wallace Avery, timido e insignificante impiegato della FedEx che ha alle spalle un sofferto divorzio e un figlio adolescente con il quale non riesce a comunicare. Quando l’avvilimento dovuto a quella esistenza mediocre sta per giungere al culmine, il protagonista della storia un giorno decide che è giunto il momento di reagire e di lasciare che finalmente la sua vera natura venga a galla, rendendosi conto che l’unico modo per liberarsi con un colpo di spugna di tutti i suoi insuccessi sia di inscenare la propria morte.

Il trucco gli riesce e  grazie alla possibilità di procurarsi un passaporto falso intestato ad Arthur Newman comincia una nuova vita trasformandosi nel campione di golf che aveva sempre desiderato di essere. Durante il viaggio in decappottabile verso Terre Haute in Indiana, Arthur Newman si imbatte in una donna un po' sbandata molto più giovane di lui (Michaela Fitzgerald, interpretata dall’attrice inglese Emily Blunt),  triste e tormentata dark lady.

Il film prende la piega di un road movie senza meta,  lungo strade semideserte inframmezzate da squallidi motel. I protagonisti scoprono quasi subito di avere ambedue un passato da eliminare e molte bugie di cui rendere conto; alla ricerca delle proprie identità, per reinventarsi  seguono coppie innamorate incontrate per caso lungo la strada e quando non sono visti invadono le loro abitazioni, vestendone gli abiti e facendo l’amore nei loro letti.

Il regista pubblicitario newyorkese Dante Ariola, alle prese per la prima volta con un lungometraggio, riesce a produrre una pellicola raffinata, optando però per un finale forse un po’ troppo prevedibile.




Francesca Paolillo
 


domenica 21 luglio 2013

Un romanzo che non deve mancare nella nostra libreria: "Il grande Gatsby"




Il grande Gatsby  non ebbe grande successo allorché venne pubblicato a New York nel 1925, ma è stato poi rivalutato alla morte dell’autore avvenuta nel 1940 e vanta ben quattro trasposizioni cinematografiche nel 1929, 1949, 1974 e 2013. Come spesso accade, la recente uscita del film interpretato dal famoso Leonardo di Caprio sta suscitando in molti il desiderio di leggere l’omonimo romanzo che da qualche tempo era stato dimenticato, facendone impennare le vendite. Il grande Gatsby è sicuramente ben scritto, tanto da essere oggi ritenuto uno dei più grandi romanzi americani del secolo.

Francis Scott Key Fitzgerald, statunitense, è stato attivo protagonista di quella che viene chiamata Età del jazz, infatti ha trascorso la sua giovinezza durante gli anni Venti  dedicandosi ad eccessi quali alcolismo e vita da playboy, tra feste eleganti a New York e nelle ville della Costa Azzurra e corse su auto fuoriserie, atti che servivano  a mascherare un vero disagio generazionale.

Il grande Gatsby, dei cinque romanzi di Fitzgerald, di cui uno rimasto incompiuto a causa della sua morte prematura per infarto, è il migliore. Il protagonista della storia è James Gatz, figlio di poveri contadini del nord Dakota, che fugge appena diciassettenne da quell’ambiente di cui non si sente parte  per costruirsi una nuova identità prendendo lo pseudonimo di  Jay Gatsby.

Jay Gatsby vuole vivere un’esistenza avventurosa e per prima cosa decide di arruolarsi. Durante un soggiorno a Louisville si innamora dell’ereditiera  diciottenne Daisy Fay, ma la Prima guerra mondiale presto lo separa dalla sua amata. Lei lo aspetta per un po’ ma poi non ricevendo sue notizie, pensando di non rivederlo mai più, si rassegna e sposa il giocatore di polo di Chicago Tom Buchanan.

Nel frattempo  Gatsby, una volta terminata la guerra, frequenta Oxford dove prosegue la sua trasformazione in rampollo elegante, quindi torna negli Stati Uniti d’America e per arricchirsi in fretta si dedica al contrabbando e ad altre attività illecite. Il suo chiodo fisso però è sempre Daisy Fay:  avendo saputo che si è sposata e che trascorre le vacanze estive a West Egg, promontorio della baia di Long Island, il protagonista della storia compra una villa proprio di fronte alla casa che lei condivide con il marito.

Quasi tutta la trama del romanzo si svolge nell’estate del 1922 tra New York e Long Island, narrata dal giovane vicino di casa Nick Carraway, cugino di Daisy. Gatsby per attirare l’attenzione di Daisy organizza affollate feste quotidiane nella sua villa, aperte praticamente a chiunque, e quando finalmente la incontra risboccia tra loro l’inevitabile scintilla d’amore. Anche il marito di Daisy ha un’amante, che  muore una sera investita da un’auto. Geloso di Gatsby, Tom Buchanan per liberarsene fa credere al marito della donna che sia lui il responsabile della sua morte, provocando il tragico epilogo della storia.

Il grande Gatsby si snoda in una prosa scorrevole caratterizzata dal sapiente intreccio di avvenimenti presenti con quelli passati, affrontando  temi  quali la sconfitta dei miti del sogno americano, la solitudine, l’indifferenza, la mancanza di affetti autentici, il peccato e il castigo. Il protagonista è il classico eroe romantico, che vive soltanto per inseguire un sogno ed è disposto persino a morire per esso.

 

giovedì 18 luglio 2013

"E l'eco rispose", il terzo attesissimo romanzo di Khaled Hosseini



Come può un padre spiegare ai propri figli di essere costretto a venderne uno per salvare gli altri? Nel commovente romanzo "E l’eco rispose" di Khaled Hosseini  il manovale afghano Sabur riesce a spiegarlo raccontando la favola di un padre che, dopo avere tirato a sorte, consegna a un orco il suo figlio prediletto per poter salvaguardare gli altri. Suo figlio Abdullah, dodicenne, capisce che ciò sta per accadere anche nella realtà quando  Sabur decide di portare la piccola sorellina Pari a Kabul a piedi, trainandola su di un carretto rosso. Il ragazzino cerca di opporsi alla dolorosa separazione con tutte le proprie forze, ma il destino di questa famiglia e di tutti i loro discendenti è ormai segnato.

La storia di E l’eco rispose, uscito in contemporanea mondiale il 21 giugno 2013, si snoda dagli anni Quaranta fino al 2011, con la guerra in un Afghanistan  trafitto da conflitti interni ed interessi internazionali che fa da sfondo. L’autore Khaled Hosseini è nato a Kabul e come molti suoi connazionali si è rifugiato negli Stati Uniti con la propria famiglia nel 1980, nel periodo in cui l’Unione Sovietica aveva invaso il suo Paese per appoggiare la Repubblica Democratica dell’Afghanistan contro i mujaheddin  sostenuti da altre nazioni tra cui gli Stati Uniti d’America. La successiva guerra civile tra il ’92 e il ’96 è stata combattuta tra  le truppe governative e i mujaheddin, mentre la guerra iniziata nel 2001 contro i talebani e al-Qaida è tuttora in corso.

I protagonisti di questo romanzo sono più di uno, o forse sarebbe meglio dire che la vera protagonista è la famiglia, il nido dal quale quando si diventa adulti si deve prendere il volo; purtroppo se lo si lascia troppo presto il distacco è lacerante, lasciando la sensazione che per tutta la vita non si potrà mai essere felici, perché qualcosa di fondamentale è venuto a mancare. In questa storia c’è anche chi invece il nido non lo vuole lasciare per paura della vita al di fuori, adducendo la scusa di doversi prendere cura dei parenti invalidi.

Khaled Hosseini è capace di narrare con delicatezza e ad emozionare il lettore aiutandolo a comprendere quanto conti il luogo nel quale per destino si è nati, quanto le nostre scelte vadano a risuonare attraverso le generazioni future e quanto oggi grazie alla Rete sia possibile recuperare relazioni spezzate come un tempo sarebbe stato praticamente impossibile. 

“Sono emozionato alla prospettiva di condividere questo nuovo libro con tutti i miei lettori”, ha affermato recentemente  l’autore, che con il suo modo di narrare ci fa percepire perfettamente di voler comunicare un importante messaggio. Khaled Hosseini è un grande uomo, medico e membro dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati; quando può torna in Afghanistan per aiutare tutti i connazionali meno fortunati di lui.
 
                                                                                         Francesca Paolillo

 

mercoledì 12 giugno 2013

A Bologna custodiamo da secoli la Bibbia più antica del mondo




La Biblioteca Universitaria di Bologna da tempo immemorabile custodisce il manoscritto del Pentateuco ebraico (o Torah) più antico del mondo. Si tratta di un rotolo di morbida pelle ovina lungo 36 metri e alto 64 centimetri con testo completo in ebraico vergato in grafia dallo stile babilonese che comprende i primi cinque libri della Bibbia, cioè Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. Due prove di datazione al carbonio 14 collocano il manoscritto senza ombra di dubbio negli anni tra il 1155 e il 1225.

Il rotolo, in ottimo stato di conservazione, si trovava nell’archivio della prestigiosa biblioteca catalogato come modesto manoscritto appartenente al XVII secolo. A Bologna, soprannominata “La Dotta” in quanto sede della prima università del mondo occidentale che fu fondata nel 1088, nel 1482 venne anche prodotta la prima edizione del Pentateuco ebraico su stampa. Il Pentateuco ebraico è molto simile a quello cristiano.

La Torah viene letta dagli ebrei durante le funzioni in Sinagoga, ma i rotoli utilizzati durante i riti sacri devono trovarsi in buono stato perché se rovinati perdono la santità e devono essere seppelliti.

Il rotolo ritrovato verrà fotografato sezione per sezione e presto sarà reso disponibile al pubblico in forma digitale.

 

 

                                                                                                                                    Francesca Paolillo

sabato 11 maggio 2013

“Zero Zero Zero”: l’ultima fatica di Roberto Saviano


La sigla Zero Zero Zero  indica la farina bianca di qualità raffinata destinata all’alta pasticceria, ma in questo caso si riferisce alla cocaina in polvere, del tipo più puro. La vita dell’autore Roberto Saviano, dopo la pubblicazione del suo primo romanzo “Gomorra”,  dal quale è stata tratta la sceneggiatura dell’omonimo film, ha preso una piega da lui non prevista: minacciato dal clan denunciato nel libro, è costretto a vivere da diversi anni sotto scorta. Essendo diventato suo malgrado il simbolo di coloro che si oppongono con coraggio alla criminalità organizzata, Roberto Saviano si è fatto portabandiera di questa lotta pericolosa comparendo in trasmissioni televisive di tutto il mondo, ma il suo messaggio è con la scrittura che diventa più potente.

Nel libro “Zero Zero Zero”, Roberto Saviano dopo avere compiuto ricerche certosine sui percorsi tortuosi seguiti dalla cocaina, la maggiore fonte di guadagno delle mafie, ci rende partecipi di un fenomeno di cui non avevamo intuito la portata.

La cocaina viene estratta da due piante che crescono spontaneamente  in America latina:  è  questa parte del mondo il punto di partenza della ricerca dell’autore. Questo libro non è un romanzo, ma un reportage che utilizzando una prosa potente racconta a partire dagli anni ’80 come la cocaina trasformata in polvere bianca venga diffusa in tutto il mondo a partire dalla Colombia (60% della produzione mondiale), dal Messico,  da El Salvador e dal Guatemala per finire nei vicini Stati Uniti o in Europa, dopo essere stata immagazzinata in Africa, continente fragile e senza regole.

I mezzi di trasporto per far giungere la cocaina là dove c’è più richiesta vanno dall’auto, al treno (i narcotrafficanti hanno costruito interi tratti di ferrovia nei loro Paesi), alle autocisterne, agli aerei  e addirittura ai deltaplani tinti di nero e ai sottomarini, senza contare uomini e cani che viaggiano dopo avere inghiottito ovuli ripieni di questo allucinogeno. Quando un’arteria di trasporto viene ostruita dalla Forze dell’ordine, presto ne viene aperta facilmente un’altra, anche grazie alla complicità di politici, banche e poliziotti corrotti.

La cocaina è uno dei più potenti allucinogeni naturali del sistema nervoso e conferisce a chi la assume, con effetto immediato, euforia e sicurezza con conseguente facilità nei rapporti sociali e resistenza alla fatica. Da quando è iniziata la crisi finanziaria il suo consumo è aumentato proprio perché apparentemente conferisce felicità a chi la assume. In realtà questo effetto dura poco, lasciando il posto ad una pericolosa dipendenza con gravi scompensi a livello della psiche e della funzionalità cerebrale che giungono fino a paranoia ed allucinazioni, senza contare gli effetti negativi sul sistema cardiovascolare e le lesioni gravi alla mucosa del naso.

Roberto Saviano in “Zero Zero Zero” vuole comunicare al lettore che guardandosi  intorno con occhi diversi potrebbe accorgersi che chi fa uso di cocaina non ha l’aspetto tipico del tossicodipendente, bensì appare una persona normale: può essere il taxista, l’infermiere, il poliziotto, il chirurgo, il parroco o addirittura un figlio.

Il lettore non può fare a meno di restare coinvolto dallo stile crudo, lirico, cupo e ossessionato di Roberto Saviano, il quale sembra non sentirsi a proprio agio nei panni del personaggio che è diventato, arrivando a confessarsi e a chiedere scusa ai suoi familiari per essersi messo contro organizzazioni potentissime che puniscono sempre con la morte chi non striscia ai loro piedi. Forse però le parole possono spaventare la criminalità organizzata nel momento in cui vengono lette e ascoltate da chi ha veramente voglia di capire certi meccanismi.

L’autore afferma: “A Scampia nulla è cambiato”, “Ho raccontato senza risolvere”, perché sa che non basta un libro a cambiare le regole, ma vuole ugualmente “capire, scrivere e raccontare”, sottolineando che ciò che fa crescere le mafie di tutto il mondo è soprattutto il vuoto di potere, il marcio e la debolezza che si instaurano in alcuni Stati rendendoli impotenti di fronte ad organizzazioni così ordinate, capaci di servirsi all’occorrenza anche di milizie paramilitari.

Verso la fine del libro l’autore cerca di proporre contro l’espandersi del mercato della cocaina, purtroppo uno dei più redditizi al mondo nonché causa di milioni di morti, una soluzione sulla quale ci sarà molto da discutere.
 
 
 
Francesca Paolillo